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MILADINOWITZSCH

MILADINOWITZ

MILADINOWICZ

MILADINOVICH

MILADINOVIC

MARKO

MILADINOVIĆ

L’UMANITÀ GENTILE (Miraggi Ed.)


DANIELE BERNARDI
RSI Il segnalibro

Appare felice l’esordio in versi di Marko Miladinovic. Con L’umanità gentile, questo il bel titolo della raccolta, ora edita da Miraggi nella collana Voci, il giovane performer svizzero di origini croate consegna una prima prova poetica di un certo impatto. Quel che cattura, sfogliando il libro nel suo insieme, è proprio una sorta di solidità che con evidenza, subito, si impone agli occhi del lettore. “Per molti giorni / furono celate le stelle” recita ad esempio il primo breve componimento “bisognò reinventarle / a capofitto nell’oblio / i restanti non si accorsero / il mondo si capovolse”.

Sin dal principio Miladinovic rafforza il proprio discorso con un divertito uso di arcaismi, forzature, trovate linguistiche e formule volutamente desuete che via via vanno a dar corpo a quella che è una voce, appunto, gentile, allegra e piena di vitalità. Si veda ad esempio, in questo senso, il secondo testo della raccolta, intitolato Segnalibro o del solco di un’ala, dove con gusto un poco marinettiano o, se si vuole, omaggiando i caligrammi di Apollinaire, l’autore incastona una composizione in cui riecheggiano formule vagamente leopardiane. “O farfallina notturna che mi voli intorno e sbatti / sulle ossa dei polsi poi sui dorsi delle mani. / Tu sembri saltellare perchè non prendi pure il volo intorno alla testa / in alto più sù in cima, farfallina notturna per te sto scrivendo ma che vo dicendoti se tu caschi (…)”. Ma ciò che caratterizza questa poesia è, come accennato, l’indole giocosa, furbesca. Sotto questo aspetto la scrittura di Miladinovic ricorda un poco, ma con le dovute misure, due figure della cultura italiana: Aldo Palazzeschi e Giorgio Gaber. L’uso delle allitterazioni, delle assonanze volutamente pesanti, ribadite di verso in verso, i giochi di parole, le storielle che hanno come protagonisti i sassi, i frutti, nuvole o gocce, i personaggetti che battibeccano tra le righe e altro ancora, riportano all’universo dell’autore dell’incendiario. Altre tematiche invece, quella della libertà ad esempio, sembrano volersi avvicinare a certi monologhi del cantautore milanese. Insomma, la prima plaquette di Miladinovic pare promettere bene. Prendiamo perciò congedo dagli ascoltatori dando voce ai suoi versi. “Ilare soffio del morbido tempo / a sua volta persuase respirare in lui / l’aria terrestre a taluni tolta / quando fu tentato il respiro / la ferita precedette il colpo”.

GIACOMO STANGA, OGNI TUO GESTO È DECISIVO
L’universitario


È uscita da Miraggi nel 2016 L’umanità gentile, opera prima del ticinese Marko Miladinović. Classe 1988, Miladinović è attivo da diversi anni su molti fronti della scena culturale ticinese come performer a tutto campo: scrive testi di varia natura, canta nel gruppo musicale Fedora Saura, è autore di performance e spettacoli di stand up ma è soprattutto organizzatore e conduttore del Ticino Poetry Slam, che ha portato nel cantone questo giovane fenomeno culturale. Un Poetry Slam, da descrizione degli stessi organizzatori ticinesi, è un «avanspettacolo di poesia orale e prestante con vincitore»: in pratica si tratta di uno spettacolo di poesia performativa, durante il quale gli autori interpretano in modo più o meno teatrale i loro testi, nell’ambito di una competizione amichevole della quale il pubblico è giudice ultimo oltre che destinatario.

Proprio in qualità di poeta performativo, il giovane ticinese ha avuto l’occasione di pubblicare questa sua raccolta poetica nella collana «Voci» di Miraggi, che nasce, supportata dalla rivista internazionale di scrittura «Atti impuri», con l’intento di presentare al grande pubblico questo movimento, la cui scena italiana (o più generalmente italofona nel nostro caso) è in rapida crescita.

L’umanità gentile nasce quindi nel segno dell’oralità e della performance, e, benché i componimenti qui pubblicati siano stati scritti ad hoc e non soltanto messi per iscritto, nello stesso segno si sviluppano molte delle principali caratteristiche del libro.

A un primo impatto si presenta come una raccolta poetica abbastanza tradizionale, divisa in cinque sezioni per un totale di 47 componimenti, e si legge con una certa fluidità. Agilità e scorrevolezza del testo, però, non vanno assolutamente a detrimento della qualità: L’umanità gentile è una lettura che lascia il segno e che porta un fruitore attento a una riflessione formale sul rapporto tra oralità e scrittura. Se in alcuni testi la parola, strizzando l’occhio alla parlata, diventa gioco e quasi filastrocca (ad esempio in Volontà volontà o in Undici vestiti), in altri si fa eminentemente scritta, piegata alle forme più tradizionali (numerosi, anche più di quanto sembri a una sommaria scansione, gli ammiccamenti all’endecasillabo, così come i giochi rimici e fonosimbolici in genere). In questa sua continua oscillazione, Miladinović strizza l’occhio al nonsense senza mai indulgervi troppo, sperimenta differenti usi della pagina (emblematica in questo senso Segnalibro, o del solco di un’ala), trova immagini decisamente liriche senza però impedirsi di dissacrarle e in generale varia, gioca e riesce a trovare una sua dimensione estetica che colpisce per originalità e freschezza. Anche a livello tematico la varietà la fa da padrone: nella stessa sezione l’autore ci parla di Dio e di laicità, di stato di diritto, di Cunnilingus e di poesia, dei rapporti tra Svizzera e Unione Europea e di sagre di paese.

Il grande punto di forza de L’umanità gentile è, però, quello di non dare mai un’impressione confusa o caotica al lettore; l’estrema varietà dei testi, dei temi e dello stile è anzi integrata molto bene da una linea che li percorre tutti, quella appunto della gentilezza, introdotta fin dal frontespizio dalla voce «gentile» del vocabolario etimologico di Ottorino Pianigiani. Una gentilezza fatta estetica, che osa, che inventa, che stravolge ma che rimane delicata e precisa, rendendo la lettura arricchente e piacevole allo stesso tempo. La dottrina della gentilezza è, d’altronde, il testo che da solo compone la terza sezione, quella centrale, e, unico in prosa, ci fornisce la chiave di lettura del libro attraverso un vero e proprio vademecum della gentilezza che raccoglie ogni sorta di consigli, dal «lavati i denti e ricorda lo spazzolino se stai fuori» al «non essere stupido e non farti tatuaggi», da una citazione di Gozzano, certamente non priva di significato, fino all’intramontabile «non avere paura di non lavorare»: in questo senso la gentilezza diventa una vera e propria mediocritas, una poetica (e un’estetica) del modesto che si accontenta ma che non rinuncia al comico né al tragico, che soppesa ogni parola poiché, come afferma lapidariamente l’autore alla fine di questo elenco, «ogni tuo gesto è decisivo».

Nella sua dichiarata modestia L’umanità gentile risulta un’ottima raccolta che, pur non avendo la pretesa di essere altro che, appunto, gentile, riesce nella doppia impresa di non lasciare indifferenti e di non risultare stucchevole o eccessivamente retorica, proprio grazie alla multiformità dei componimenti e all’ottimo stile di Miladinović, capace di fermare intuizioni estetiche argute in alcuni versi davvero di ottimo livello.

In conclusione, un libro che vale certamente la pena di essere letto dagli appassionati del genere, fosse anche solo per interessarsi alla giovane e spesso misconosciuta scena poetica ticinese, e un autore che, rivelando, a dispetto dell’anagrafe, un savoir faire da esperto, si dimostra meritevole di attenzione.

GABRIELE STILLI, ACROBAZIE NON FINITE
La sepultura della letteratura

Marko Miladinović, poeta, performer, uno dei più interessanti in Italia, cantante, più in generale artista. Paradossale e antinomico. Poco gentile con i fanatici, gentilissimo con tutti gli altri. Gentile. «Ciò che è diviso in genti», letteralmente. Dunque, umano. Pagano, quasi, visto che i primi detti «gentili» furono quegli antichi romani adoratori di idoli. Siamo gli antichi e viviamo nell’infanzia.

Siamo gli antichi. Il richiamo agli antichi può forse stupire in un poeta performativo, sperimentatore: e infatti l’antico è unito, come già aveva detto Leopardi, alla freschezza: gli antichi sono venuti prima di noi. Perciò il mondo, al loro tempo, era più giovane. È chi vive oggi a essere vecchio, abitante di un mondo canuto. «Noi siamo gli antich, dunque, ribalta di nuovo la questione: all’interno di questo vecchio mondo, dunque, c’è ancora qualcuno che può dirsi giovane. Anzi, bambino. Tramonta Leopardi, e sorge Nietzsche.

Il verso di Miladinović ha come unità di misura il gioco fonico-concettuale della parola, nel gioco cerebrale di una vocale, una consonante che ritorna. Si sente una grande arguzia, anche se l’oggetto della poesia sfugge.

Ilare soffio del morbido tempo
a sua volta persuase respirare in lui
l’aria terrestre a taluni tolta
quando fu tentato il respiro
la ferita precedette il colpo

(L’umanità gentile, p. 18)

Sospesa, senza punto; brevissima evanescente non finita. Il verso è costruito perfettamente, e ci convince, ci porta con sé; il terzo verso è un sobbalzo lieve, come lo scartamento di un treno, e l’adynaton finale ci sorprende. Difficile razionalizzarla: chi sono questi «taluni»? I morti, verrebbe da pensare. Ma allora perché quando fu tentato il respiro la ferita ha preceduto il colpo? Quale colpo? 

Scorrono davanti ai nostri occhi continue acrobazie di parole che non trovano mai uno scioglimento, una pace. Tutto rimane in sospeso. Addirittura le frasi, i versi, sono sospesi. «Trova le tue domande», scrive. E nel ballo di filastrocche, poesie sociali, non rari sprazzi verso – contro il religioso, si aprono varie domande – senza risposta. Miladinović mima il coito interrotto della vita, la sua frammentarietà, l’impossibilità di trovare un senso razionale.

Il rischio dell’afasia è alto, e si corre sempre sul fil di lama. Si sbilancia, a volte scrive poesie minime, poesie che stanno insieme solo per il loro valore fonico (chi va con lo slammer impara a zoppicare, verrebbe da dire), ma a volte, dopo la seconda lettura, il senso emerge, anche se contraddittorio, difficile da gestire. È il caso del Terzetto:

“Io sono l’opera della natura!”
infuria l’ateo verso il pio
“E noi tutti siamo opera d’Iddio!”
risponde il pio all’ateo
e giacché tutt’oggi il libero arbitrio
toglie la bocca a Iddio e ciò
mette a dura prova il pio
a chi rimane tocca tacitare
l’ateo e indurire la prova
– Non lavoro su commissione… 
ma peggio d’Iddio
che le orecchie ha levato
intende il pio e l’ateo
la natura rispondere
– Nell’eterno mio esercizio
un errore si chiama opera
due si chiama vizio

(L’umanità gentile, Il terzetto, p.51) 

Il dialogo dell’ateo e del religioso, si infrange, prima ancora che nell’intromissione della natura, con il libero arbitrio, che toglie «la bocca» (in una prima versione, la parola) a Iddio, che lo priva (o che si priva volontariamente) della possibilità di intervento e gestione degli affari umani, mettendo a dura prova l’esistenza del religioso, che crede nell’esistenza di Dio, ma non può dimostrarla. A questo punto si affaccia la natura, ma la sua risposta è sibillina. Un errore, il pio, si chiama opera. Due (l’ateo) si chiama vizio. Ma è stata la natura a crearli, allora? Se fosse così, allora l’ateo avrebbe ragione e non sarebbe un errore. Ma se così non fosse, perché la natura dice «nell’eterno mio esercizio»?. Ecco ancora il paradosso, caro a Miladinović.

  E questo continuo muoversi tra opposti, cercare di incarnarli, come fa nella Dottorina della gentilezza, qui sopra citata, è tutta la poesia del nostro autore. Una poesia che nasce da una voglia, un’imposizione di scrivere, e subito viene tradita, subito muore, come quando scrive:

Una penna che scriva
cerco picchiettatala e volta
come frusta mossa contro
quanto appreso e non sarà
alla forza rincorsa tra le dita
una linea sul foglio appaia
calco, calco e mi rassegno
terminare l’inchiostro

(L’umanità gentile, Non scritto, p. 34)